6.5.12

DARIO ARGENTO




La casa è silenziosa e spartana, nell'ingresso c'è la piccola scrivania simile a un banco di scuola sopra la quale sono appoggiati alcuni giornali ancora da leggere e un libro appena arrivato dalla Francia sulle streghe ai tempi della Grecia antica e della Roma imperiale. Sui ripiani alle sue spalle una cornice con la fotografia della nipotina, uno sciroppo contro la tosse e un santino della Madonna di Pompei che risplende come se fosse stata lucidata un minuto fa. Le locandine in formato ridotto dei suoi film sono appese alla parete che fugge verso una stanza da stiro. Dalla finestra accostata giungono il frullare degli uccelli dopo la pioggia e la lama di un brutto condominio anni Sessanta che taglia il rosa e l'ocra dei villini. Da due anni Dario Argento abita qui, in via San Marino. Da questo rifugio borghese esce di rado. Si affaccia al mondo con la speranza di scoprire ogni volta un nuovo paesaggio. Quando scende lo fa quasi sempre solo per guardarsi attorno, cercando di non farsi riconoscere dalla gente che incrocia sul marciapiede. Non cerca le tracce dei lupi mannari e dei satana che infestano le leggende popolari del quartiere Trieste. Sotto, in strada, ha notato le scritte sui muri che si rinnovano di frequente. Qualcuno ha vergato un insulto erga omnes, "Stronzi", a chi tocca tocca; qualcun altro ha lasciato la sua nostalgia sulla serranda di un garage, "Ginevra ti amo" accompagnata dalla strofa di una canzone di Gianna Nannini.

Indossa una camicia con una doppia tonalità di verde e un maglioncino color acqua. È 
gentile, fragile e timido, ha una fredda ironia e gli occhi di un uomo che è stato ed è ancora, a settantadue anni, un padre, quella esperienza che cambia tutti. Durante gli ultimi quarant'anni, possiamo confessarlo ora che siamo grandi e fingiamo di essere anche coraggiosi, tra capolavori e insuccessi, ci ha messo addosso molta paura. Ha fatto scorrere ettolitri di sangue, ha tagliato teste e mani, spillato occhi dalle orbite, ci ha fatto guadagnare la presunta sicurezza delle nostre case dopo aver corso a perdifiato e con il cuore in gola per centinaia di metri, inseguiti dalle sue invenzioni terrifiche di musiche e rumori, e ha appena finito il film che tra pochi giorni sarà presentato fuori concorso al festival di Cannes.

Gli interpreti principali sono Thomas Kretschmann, Rutger Hauer e Marta Gastini. Hanno lavorato in Piemonte, nel Biellese e nel castello di Montalto Dora. In queste ore si sta finendo di montare gli effetti speciali. Il film si intitola Dracula, dal romanzo di Bram Stoker. Il fuochista della bottega degli orrori sta seduto composto come uno scolaretto al suo minuscolo banco, tiene le mani in seconda. Quando mi ha accolto sulla porta mi sono dimenticato di farlo e adesso non oso più spiare sotto le gambe del tavolo, eppure immagino le sue pantofole sbucare dal risvolto dei pantaloni.

La  prima impressione è di trovarmi al cospetto non di Dario Argento, ma di Dario Argento e del suo doppio. E di non saper riconoscere qual è quello autentico. Mi aiuti, quanti siete?

"Siamo in due. La mia parte oscura e io. Dialogo con lei in un regime di separazione, non ci siamo mai visti. Nemmeno adesso, qui".

Che cosa sa di lei?
"Nulla. È semplicemente una presenza che sento cattiva e perversa".

Perché è diventata così?
"Credo lo sia dalla nascita. Vorrei poterlo incontrare anch'io, un giorno, l'altro Dario. Mi piacerebbe parlargli e farmi mettere a parte di qualche suo segreto".

La psicoanalisi le direbbe: guardi nella sua infanzia e troverà la crepa. L'ha fatto?
"No, mai stato in analisi. Definirei la mia infanzia nella norma. Sono stato molto amato dai miei genitori e allo stesso modo sono stato molto solo. Papà e mamma li vedevo soltanto a cena, certo, non posso dire di essere stato soffocato dall'affetto, ma neppure abbandonato. Mi dicevano: figlio, corri lungo la tua strada, noi ti proteggeremo sempre. Insomma, non ero un mammone o, come si dice adesso, un bamboccione".

Nei suoi film, però, c'è sempre Freud. Una citazione continua. Perché?
"Se non ci fosse stato Freud non ci sarebbero stati i miei film. Da quando esiste l'uomo le sue paure sono sempre le stesse, sono quelle ancestrali che abbiamo scoperto sin da Omero. Freud le ha rese moderne. È mutata soltanto la tecnica utilizzata per descriverle o, meglio ancora, la tecnologia che ne consente il racconto. I miei film sono sedute di psicanalisi a cui sottopongo me stesso. Ogni volta che capito a Vienna vado alla casa di Freud in Berggasse 19, l'unica strada in salita della città. Nietzsche ha detto che la più grande saggezza è non avere paura. Bene, se è così nessuno di noi sarà mai saggio".

A proposito di tecnica, lei ha realizzato Dracula in 3D. Che cosa regala alla regia la visione stereoscopica?
"Un Natale, è fantastico. Il cinema diventa teatro. Un ologramma. Ha ragione Martin Scorsese quando dice che una volta passato al 3D non puoi più rinunciarvi. Lo sa che Hitchcock girò così Delitto perfetto? Ma allora, eravamo nel '54, costava troppo distribuirlo, non lo vide quasi nessuno. Qualche tempo fa negli Stati Uniti ho assistito alla proiezione della versione originale. La maggior parte delle scene sono girate in un piccolo ambiente, il 3D restituisce la profondità, la forma degli oggetti e la distanza tra di essi. La famosa scena di Grace Kelly che brandisce e affonda le forbici nella schiena di Swann si riveste di realismo perfetto. Il cinema tridimensionale dà fisicità alla fantasia, la rende più acuta e penetrante. Anche i film poveri sembrano meno piatti e banali. È il motivo per cui i primi test sono stati fatti con i cartoni animati".

Oddio, non si può certo dire che lei sia mai stato banale. A forza di esagerare ci ha persino un po' stancato.
"Guardi, in verità io sono un uomo banalissimo, il mio doppio no. Non cerca l'ispirazione dai giornali. Lui sa che il cinema è invenzione, se no è un documentario. Si cala nelle proprie viscere, un pozzo in cui c'è di tutto. Buio, sibili di serpenti, palpiti di cuore, piume d'uccello, pianti di bambino, specchi che riflettono le facce dei morti, resti di vecchi carillon la cui molla conserva qualche sussulto di carica".

La sua banale esistenza quotidiana, invece, di che cosa è composta?
"Solitudine. Non partecipo alle feste, non frequento i red carpet, ho pochi amici, mangio il più delle volte in casa, viaggio da solo, moltissimo, e da solo vado al cinema".

Quali sono gli ultimi film che ha visto?
"Hugo Cabret, bello anche se infantile. Diaz, uno squarcio di verità che allora non siamo stati capaci di cogliere. To Rome with Love di Woody Allen, ammazza quant'è brutto, peggio delle commedie italiane, che è tutto dire".

Lei è un navigatore oppure odia la gente, almeno fino a quando è viva.
"Sono stato un navigatore. Sono stato anche un giornalista che stava bene con una sola compagna, la macchina per scrivere. Non odio. Sto fuori dal giro del cinema di casa nostra, questo sì. Frequento soprattutto chi lavora con me: scenografi, aiuti registi, sceneggiatori come Franco Ferrini che ha collaborato a quasi tutti i miei film. Mantengo corrispondenze fedeli, con Banana Yoshimoto per esempio. Siamo amici. Ci siamo scritti tanto dopo lo tsunami e Fukushima. Non sono affezionato alla realtà, questo sì. La trovo insipida".

La vita è fatta di ciò che l'uomo pensa tutto il giorno, scrive il filosofo Ralph Waldo Emerson. Lei a che cosa pensa?
"Costruisco storie. Mi stendo sul divano, mi nascondo sotto una coperta tirata su fino al mento e la mia mente vola, corre libera, senza condizionamenti. Quando ho un soggetto nella testa mi ritiro in albergo, amo abitare un luogo di cui nulla mi appartiene, e lì comincio a scrivere, ho già tutto il film in memoria. Nasce pezzo su pezzo, sotto quella coperta e nei sogni notturni. L'altra sera un incubo mi ha svegliato di soprassalto, sono stato costretto ad accendere la luce per riavermi dallo spavento. Un'altra volta ho avvertito una presenza estranea in casa, avevo bisogno di parlare con qualcuno. Sono sceso in pigiama e ciabatte e ho svegliato il portiere. Il mosaico delle scene si crea in questo mondo onirico".

Prende qualche appunto?
"Mai. Ciò che non resta non merita di essere ricordato. Sono tagli preventivi, lavoro risparmiato durante il montaggio. Quando sono buone le idee non si dimenticano".

Quando ha cominciato a spacciare terrore?
"Penso di possedere un'inclinazione naturale. Da bambino abitavo con i miei genitori in Piazza del Popolo. Un lungo corridoio malamente illuminato separava la sala da pranzo dalla mia camera. Ricordo ancora le luci basse, le tende pesanti, roba da fantasma dell'opera. Quando venivo spedito a dormire lo percorrevo terrorizzato, arrivavo a letto boccheggiando, con il fiatone. A undici anni una febbre reumatica mi recluse in casa per parecchi mesi. Saccheggiai la libreria di papà. Shakespeare e il Cyrano de Bergerac solleticarono la mia vena romantica. Il piacere di D'Annunzio e l'edizione completa edita da Einaudi delle Mille e una notte mi turbarono. Poi trovai I racconti del grottesco e dell'arabesco di Edgar Allan Poe: cadaveri riesumati, denti e cuori strappati... Passai dalla masturbazione al culto dell'orrore e del mistero. Così si è iniziato tutto".

Oggi quali sono le sue paure?
"Essere vittima di un'aggressione. Sono ipocondriaco e sempre terribilmente in ansia per la salute di Fiore e Asia, le mie figlie. Ho paura che torni il fascismo, e che torni Berlusconi. Ho paura della confusione che vedo nella sinistra. Ho lavorato a Paese Sera, sono sempre stato vicino ai movimenti, posseggo la collezione completa di Lotta Continua, sono stato con Potere Operaio. Quando ero ragazzo si diceva: il popolo non vota, lotta. Io invece sono sempre andato a votare, ma oggi vorrei che il popolo non fosse costretto a lottare per sopravvivere e che i partiti ne fossero consapevoli. Si fa sempre più in fretta a diventare poveri".

La infastidisce essere definito un regista dell'orrore?
"Faccio il regista e basta. Ma funziona così. Etichette. Van Gogh è stato il pittore dei girasoli e Modigliani dei colli lunghi. Ho studiato Bergman, il cinema nero americano e tedesco degli anni Quaranta e Cinquanta, l'espressionismo e la nouvelle vague di Godard, Truffaut e Chabrol, una corrente artistica rivoluzionaria e molto sottovalutata che ha cambiato radicalmente il cinema con la sua libertà di racconto. Ma sa che cosa voglio lasciare davvero al pubblico? La riconoscibilità di uno stile. Vorrei che uno spettatore dopo appena tre minuti di visione potesse esclamare: questo è un film di Dario Argento! E mettiamoci pure il punto esclamativo".

Se esiste il Diavolo, esiste pure Dio?
"Sì. Il mio cattolicesimo è stato ondivago. Dio l'ho avuto, l'ho perso, l'ho ritrovato. Ho fatto le scuole dagli Scolopi al Nazareno, lì dentro con il trascorrere degli anni ho smesso di credere. Sono tornato a interrogarmi sulle origini della vita quando ho avuto le mie figlie. Ci deve essere per forza qualcosa di straordinario e di soprannaturale dietro al miracolo di una nascita, è un evento così meraviglioso e potente. Ho pensato che la risposta potesse essere soltanto: c'è Dio. E quando è morto mio padre ho cominciato il cammino che mi ha condotto alla fede. Vado in una piccola chiesa di via Adige dove mi accolgono pazienti un sacerdote e una suorina. Parliamo, parliamo, parliamo. Mi hanno portato persino alla marcia della pace di Assisi. Sto bene, sono diventato più buono, forse anche più intelligente".

Crede alla vita eterna?
"Credo che avremo tutti un altro tipo di vita, sotto quale forma e in che modo resta un mistero. Credo nella resurrezione dei corpi, come è stato per Gesù Cristo".

Che cosa conta di più nella vita che ci è stata data?
"Il silenzio e l'amore. Nessuno dei due ci viene consegnato come un diritto. Vanno conquistati entrambi. Ho imparato che le ferite al cuore possono romperti il fiato e immobilizzarti per il dolore fisico".

Che cosa ha conservato dei suoi film?
"Nulla. Non un taccuino, non un dvd, non una recensione, non un'intervista. Butto tutto, non li ho mai rivisti. È un atteggiamento che mi sprona ad andare avanti, pensare al prossimo".

Vorrà essere ricordato?
"Non è questo il problema. Non sta a me decidere. Lo faccia qualcun altro, se giudicherà che lo merito".

Pigola il cellulare. Chiede scusa e risponde: "Sì, sì, a più tardi". Lo posa soddisfatto: "Sentito? qualcuno ancora mi vuole a cena. Stasera esco". 

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